ANA Campotamaso

Bepi Munaro, l’uomo della Val del Boia

(autore Terenzio Sartore)

La Valle del Boja, sopra Campotamaso di Valdagno, è conosciuta per una sua singolare leggenda. Ma se quella leggenda può essere stata frutto di una fertile fantasia, quella valle, come del resto ogni altra valle, ogni altra località, ha fatto da sfondo allo svolgersi di una intensa attività, costituita per lo più da semplici e silenziose vicende di vita quotidiana. Vicende che in passato hanno trovato eco tra i non molti abitanti, mentre ora che tutti se ne sono andati si stanno irrimediabilmente cancellando, come si stanno degradando e stanno scomparendo i segni della faticata conquista dei pendii messi a coltura. L’amico Dario Rossato mi ha introdotto nei discreti segreti di questa sua valle, e anche a me essa è diventata cara, come diventa cara una persona che ti apre il suo animo.

Un giorno, raggiunta con lui, alcuni anni fa, l’abbandonata contrada Vallone Marana alla ricerca di una testimonianza della passata civiltà, feci un incontro per me inaspettato. Sotto il portico dell’unica casa che ancora lasciava intravedere, tra le altre in desolante abbandono, qualche segno di amorevole cura, trovammo un vecchio taciturno che stava quietamente attendendo all’antico lavoro e stava legando delle fascine di povera legna.
Scambiate con lui poche amorevoli parole e tornati ai nostri interessi, Dario mi parlò di quell’uomo. Aveva abitato quella casa sulla scia dei suoi antenati fino a quando aveva dovuto seguire i suoi familiari scesi in paese. Ma, incapace di trovare motivazioni in un ambiente nel quale si sentiva sradicato, ogni mattina metteva un po’ di cibo in una borsa e risaliva alla sua casa.
Là si dedicava tranquillamente a quei piccoli lavori che le forze gli consentivano: a raccogliere un po’ d’erba, un po’ di foglie, un po’ di legna, a rassettare il terreno circostante la casa lottando contro l’invadenza demolitrice della vegetazione, a tenere in ordine il rustico. A mezzanotte si sedeva, apriva il suo portavivande, consumava il suo pasto frugale costituito immancabilmente da un po’ di frutto e da una razione di spaghetti. Poi subito, riprendeva, fino a quando s’accorgeva che le tenebre si avvicinavano; raccoglieva allora le sue cose e tornava in paese. Così ha fatto ogni giorno per tanti anni, finché, venute meno le forze, ha dovuto interrompere il suo andare e venire. E’ rimasto prima a casa, poi lo hanno portato al ricovero, dove è durato pochi mesi.

Non ho più dimenticato quell’incontro,ed ho continuato discretamente ad interessarmi della vicenda di quest’uomo della Valle del Boja, provando tristezza nel seguire la vicenda della sua parabola. Mi sono sforzato di penetrare quel suo vitale bisogno di rimanere ombelicamente  legato al suo passato. Nel continuare il lavoro dei suoi progenitori egli era arrivato a identificare la sua esistenza con quello squarcio di ambiente a cui la fatica lo aveva ancor più avvinghiato, come si radicano alla roccia le piante dove la terra è avara. Aveva compensato le magre risorse della terra con i proventi del molino di famiglia il cui isolamente, se creava difficoltà di trasporto, qualche notte consentiva di macinare furtivamente tabacco di contrabbando.

“Sì – andava ripetendosi l’uomo nel suo raccolto silenzio – nella mia nuova casa ci sono tutte le comodità, ma esse mancano per me di sale; le trovo insignificanti, mi sono sordamente lontane. Solo lassù continuo a vivere. La sera, quando chiudo gli occhi, sono pago perché il mio giorno ha prolungato la serie di tanti miei altri giorni, di tanti giorni della gente del mio sangue. La notte, nelle pause del sonno, la mia mente già si proietta nella continuità che mi sta dischiudendo la nuova aurora. E il mattino, quando salgo alla mia casa mi pare di essere leggero come un giovane carico di speranze”.
“Ma sento che le forze mi stanno venendo meno. Oggi ho fatto fatica a salire e anche a discendere. Chissà se domani mi torneranno le energie… No, oggi non mi sento di andare. Domani, domani ci andrò, ci voglio andare, tornerò lassù… Invece da tantio giornisono costretto a restar giù… Ma perché mi cruccio? Non mi manca niente! … Proprio? A che serve continuare a vivere senza il sapore di quei giorni?”
“Mi hanno portato al ricovero. Qui vivo solo perché posso ripercorrere con la mente quel mio quotidiano andare e venire… Tutto si va pian piano offuscando, tutto si va spegnendo… No. Mi pare di intravedere lontano una luce che mi reillumina tutto… Rivedo il mio mondo purificato da ogni ombra, sempre più splendente. Gli vado incontro.”

Chissà quanti altri vecchi hanno patito, come l’uomo della Val del Boja, l’abbandono della loro casa, della loro contrada. Nell’appagamento del benessere trovato seguendo i figli che sono scesi a cercare quelle risorse che la montagna non poteva più dare, un intimo cruccio ha roso il cuore di molti, il cruccio di una continuità interrotta. Ogni volta che nel mio camminare tra  i monti incontro i resti di una casa, di una contrada abbandonata, il mio pensiero va all’uomo della Valle del Boja, che pure ho incontratoselo una volta. Se poi il vuoto lasciato dagli antichi abitanti è stato riempito da chiassosi nuovi padroni del tempo libero, allora mi ferisce ancor di più la loro capacità di ascoltare la voce delle pietre che raccontano sommessamente una secolare storia di impegni, di sacrifici, di passioni.

(L’articolo è apparso sul “Giornale di Vicenza” domenica 7 novembre 1993)

by Giannino Bertò - Release 5.0 - 2011