Se brusa la stria

Se brusa la stria

La Befana

La befana vien de nòte
con le scarpe tute róte . . .

L’Epifania una volta era l’unica, grande festa dei bambini. Era il momento più atteso dell’anno. C’era la calza da aprire, quella stessa calza che la sera prima era stata posta vuota sul camino. Alla vigilia il bambino andava a letto presto, quatto quatto, pieno di speranze, e pregava che la befana portasse tutti i regali che aveva chiesto. Ma il più delle volte si finiva col bujelo, ossia la calza piena di carobole, bagigi, noci, qualche arancia, qualche caramella e poco altro. E lì finiva la meraviglia dei bambini, Contenti, tutto il giorno si davano un gran daffare per rimpinzarsi delle cose piovute dal cielo.
E poi, la sera . . .

Se brusa la strìa
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E’ un uso che si protrae nei tempi, residuo di vecchi riti pagani, importati dai “cimbri” nell’epoca in cui si installarono nelle nostre vallate. Non conosco le vecchie abitudini, anche perché non sono un antropologo, ma cercherò di trascrivere l’usanza come veniva vissuta ai tempi della mia infanzia.

“Brusare la strìa” è una vecchia festa che vuole simboleggiare la fine dell’anno vecchio e la nascita di quello nuovo. Come nelle antiche tribù, si fa un sacrificio al dio natura per ingraziarselo e chiedere per il nuovo anno più rigogliosi raccolti, buona salute e crescita della comunità. Sì, perché la ricchezza vera, agli albori della civiltà, non era il possesso di beni del singolo, ma la numerosa composizione della comunità che permetteva prosperità (molte braccia disponibili) e difesa del territorio attraverso la forza e l’irruenza giovanile.
Dunque si decideva di sacrificare qualche cosa sull’altare e cos’era meglio dell’anno appena trascorso che oramai non serviva più? Il tempo allora era vissuto come un’entità che, a posteriore, poteva essere giudicato buono o malvagio. Comunque era vecchio, il nuovo nato era lì e nell’arco della sua crescita poteva diventare amico o nemico. Allora, come con qualunque altro bimbo, bisognava vezzeggiarlo, sperando che si ricordasse una volta adulto e ci riempisse di doni graditi.
Ma tutto aveva bisogno del suo rituale.
L’anno vecchio si ribellava alla morte e faceva le bizze. Il popolo invece lo voleva sacrificare e cercava di incatenarlo con le buone con le cattive, tanto per far vedere che anche gli uomini, se uniti, sono pronti a combattere contro le avversità.
Questa usanza è stata viva fino agli anni ottanta e ancora oggi sopravvive in alcune località della nostra vallata.

La preparazione
Il tutto iniziava subito dopo Natale. In un prato fuori paese si piantava una pertica molto alta (circa una decina d metri), attorno alla quale costruire “el casoto dela vecia”. Alcuni giovani di buona volontà andavano per cascine e casolari alla ricerca di qualche fascina e di vecchi “canòti”, fasci di gambi di granoturco oramai vecchi ed il tutto veniva portato nel luogo prescelto e accatastato. Si aveva cura di creare un anfratto appunto per permettere alla “vecia” di imbucarsi (e di conseguenza di scivolare via non vista)” prima del rogo.

La vigilia
Alla vigila dell’Epifania, la stria faceva il suo primo ingresso nel paese, portando sulla schiena un sacco pieno a simboleggiare i doni che quella notte avrebbe distribuito. Andava di casa in casa a bussare alle porte e, dove c’erano dei bimbi, lasciava bonariamente delle caramelle. Era molto comico vedere la paura dei ragazzini dipinta sui loro volti alla disperata ricerca di un angolo dove rifugiarsi. I più piccini nascondevano la faccia nel grembiule della madre e spesso, fra i singhiozzi, si sentiva ripetere: “mandala via quela vecia stria, mandala via” senza avere il coraggio di dire altro.

La caccia
All’imbrunire, preceduta dal suono del campanaccio, si presentava in paese, proveniente dalle alture soprastanti, la stria. Di solito era un baldo giovanotto travestito con vecchi stracci , una maschera di legno sul volto ed un paio di “sgambare” ai piedi. Ad attenderla c’erano tutti i ragazzini che, rincorsi, se la davano a gambe levate. Preceduta da tutto questo fracasso, finalmente arrivava in centro paese dove, ad attenderla c’erano i più grandi, muniti di corde, pronti a catturare l’intruso. Questa si ribellava, cercava di liberarsi dai legamenti, lanciava gridi immani, ma piano piano veniva condotta verso il suo destino.

El falò
Arrivata accanto alla catasta di legna preparata nei giorni precedenti, la si faceva entrare nel capanno e, dopo qualche minuti, i più anziani si avvicinavano con le torce accese e appiccavano il fuoco. Tutti allora cominciavano a schernire la stria e, aiutati da qualche bicchiere di “vin brulè” quasi sempre presente sul luogo, cominciavano i canti. All’inizio canti religiosi o quasi, poi canti di montagna. Tutti gli intervenuti partecipavano, stonati o meno, e il tutto finiva quando le brace cominciavano a spegnersi nelle rigide nottate di quei gennai. Nell’avviarsi verso casa ognuno commentava gli attimi appena trascorsi, qualcuno ricordava le nefandezze dell’anno appena trascorso e, con un sospiro di sollievo, si terminava sempre con la frase: “Speremo che st’ano la sia mejo”.

Sì, quelli erano attimi davvero felici, la speranza tornava a regnare ovunque e tutti si rimettevano alla buona volontà di Dio per il tempo a venire. Era, come diciamo sempre noi, il “fascino della contrada”, innegabile nostalgia di tempi che non torneranno, di vita comunitaria che non esiste più, il rinsaldo delle comunicazioni con la gente attirata dalla semplicità del calore di un fuoco. I nostri vecchi in quel momenti rivivevano, erano lì con noi e allo spegnersi del fuoco, tornavano nell’ètere da cui erano arrivati quatti quatti per gioire insieme di quegli attimi.

Versione 3.1 - Ottobre 2006