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Campotamaso ha donato molte vite alla Patria. Da un paesello così piccolo non ci si apetterebbe granché , ma le due guerre mondiali che nel secolo scorso insanguinarono anche l’Italia, hanno richiesto un gran numero di vittime a tutto il Paese. Campotamaso ha fatto la sua parte, prova ne è il monumento ai caduti eretto di fianco alla chiesa. I loro nomi ci fanno onore.
Molti altri sono i caduti tra le fila dei partigiani e che non verranno mai menzionati da monumenti, non almeno singolarmente. Campotamaso, anche qui si è dimostrato un paese non secondo a nessuno. Era il punto di incontro e di comando della Brigata Stella, comandata da un uomo semplice e sostenuto da molti paesani. Il suo nome era Francesco Bertò, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Marte”.
Nato a Campotamaso il 13 – 6 – 1909 da Donato e Bevilacqua Speranza, militante negli alpini in Iugoslavia, V elementare, qualifica Assitente nella fabbrica Marzotto di Valdagno, è partigiano della formazione “Pasubio” del Marozin e suo luogotenente, molto apprezzato dallo stesso Marozin per la sua funzione di informatore. Infatti non di rado, attraverso la sua proverbiale estrosità, si ferma a bere o a mangiare con i tedeschi ed i fascisti che, fino al ’45, a causa di una spiata, non sapevano della sua reale natura di partigiano. Nel settembre ’44 passa alla “Stella” con il grado di comandante ed organizza il quartiere generale a casa sua. Nei racconti della famiglia si apprende che il nascondiglio delle armi era nascosto dietro un quadro della “Sacra Famiglia”, una stampa vecchia, ma che ancora oggi viene conservata dalla nostra famiglia. Fu catturato dalla brigata nera di Valdagno il 27 – 1 – 1945 e condannato a morte, condanna che avrebbe dovuto essere eseguita il 1 aprile 1945, giorno di Pasqua. Riuscì a salvarsi grazie all’”aggravarsi” della sua salute creata artificiosamente da medici volenterosi all’ospedale di Valdagno. Liberato con azione di sorpresa dai partigiani all’inizio di aprile del ’45, partecipò alla liberazione imponendo atti di clemenza verso fascisti già condannati a morte, guadagnandosi il rispetto così anche delle parti avverse. Soleva dire: “La guerra è finita, a cosa servono altri morti?”. E a chi gli rispondeva che “loro” ne avevano combinate di tutti i colori e che avevano ammazzato molti giovani partigiani e gente indifesa, rispondeva: “Ora basta con l’odio, dovranno rendere conto a Dio delle loro malefatte. Non è certamente passandoli per le armi che riusciremo a creare una Italia più libera. Cosa diranno i loro figli in futuro? Perché non dovrebbero ammazzare noi che abbiamo ammazzato i loro padri? E i nostri figli come reagiranno? No, basta. L’ora dell’odio è finita, almeno speriamo.” Filosofia spiccia, ma identificativa di una persona onesta e profondamente umana.
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