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Rita Sartóra, alias Virtaldi Margherita, nata ai Gobi Alti (Cornedo, Vi) il 22 – 11 – 1912, morta a Campotamaso il 28 - 11 - 1997.
Era arrivata a Campotamaso sposa di Francesco Bertò il 24 – 11 – 1933. Di mestiere faceva la sartóra, mestiere imparato dalle Milani a Valdagno, dove si recava tutti i giorni a piedi, partendo dai Gobi Alti, via Piana e dove ogni sera ritornava (più di 4 ore al giorno di tragitto). Era conosciuta in tutta la vallata, per la sua serietà e la sua bravura. Alzi la mano la donna che, nata fra il ‘20 ed il ‘60 ed abitante a Campotamaso o nelle sue frazioni, non abbia frequentato la casa della sartóra per “imparare il mestiere” o per farsi una minima cultura prima di sposarsi. Sempre pronta a dispensare consigli a tutti e insegnare a tutti, quando era il momento, pur essendo una famiglia molto povera, prestava gratis la propria opera: per la chiesa, per la sagra, per il coro “Stella Alpina”. Spesso veniva pagata con scambio merce, propria delle famiglie più indigenti. Era suo orgoglio dire che “tute le tóse del paese le gò vestie mi da spósa”. Sempre allegra, ne ha passate di tutti i colori: in tempo di guerra era una “partigiana” passiva, nel senso che ospitava e dava da mangiare a tutti quelli che frequentavano la casa di “Marte”. Non rare volte ha nascosto partigiani anche sotto le sue lenzuola per salvarli da rastrellamenti (chiedere a Tempesta e ad altri per conferma); non era il caso di fare i bigotti quando era in gioco la vita di uno: quello era il posto dove nessuno si sognava, allora, di cercare qualcuno se non il marito. E anche quando una donna comperava un vestito preconfezionato, cosa peraltro rara a quei tempi, correva subito dalla “Rita sartóra” per aggiustarlo. Era talmente conosciuta che arrivava gente anche da Vicenza per “farsi vestire”. Semplice, schietta, altruista. A merito entra della storia del paese; era una personalità riconosciuta.
Un altro pezzetto di società da contrada, vera. Un altro pezzetto che ci ha lasciato con tanti rimpianti. E quando qualcuno, nella vallata, ancora oggi parla di sartóre, non può non menzionare la “Rita Sartóra”, perché “la géra la pì brava che ghe fuse”.
Ciao Rita.
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