ANA Campotamaso

La Rita Sartora

La Rita sartora nel 1989Rita Sartóra, alias Virtaldi Margherita, Gobi Alti (Cornedo, VI) il 22 – 11 – 1912, Campotamaso (Valdagno, VI) il 28 - 11 - 1997.

La Rita era arrivata a Campotamaso sposa di Francesco Bertò il 24 – 11 – 1933. Di mestiere faceva la sartóra,mparato dalle Milani a Valdagno, dove si recava tutti i giorni a piedi, partendo dai Gobi Alti, via Piana e dove ogni sera ritornava (più di 4 ore al giorno di tragitto). Era conosciuta in tutta la vallata, per la sua serietà e la sua bravura. Alzi la mano la donna che, nata fra il ‘20 ed il ‘60 ed abitante a Campotamaso o nelle sue frazioni, non abbia frequentato la casa della sartóra per “imparare il mestiere” o per farsi una minima cultura prima di sposarsi. Sempre pronta a dispensare consigli a tutti e ad insegnare a tutti, quando era il momento, pur essendo una famiglia molto povera, prestava gratis la propria opera: per la chiesa, per la sagra, per il coro “Stella Alpina”. Spesso veniva pagata con scambio merce, la moneta delle famiglie più indigenti. Era suo orgoglio dire: “tute le tóse del paese le gò vestie mi da spósa”. Sempre allegra, ne ha passate di tutti i colori: in tempo di guerra era una “partigiana” passiva, nel senso che ospitava e dava da mangiare a tutti quelli che frequentavano la casa di “Marte”, suo marito. Non rare volte ha nascosto partigiani anche sotto le sue lenzuola per salvarli da rastrellamenti (chiedere a Tempesta e ad altri per conferma): quello era il posto dove nessuno si Marte negli anni '50sognava, allora, di cercare una persona se non il marito. E anche quando una donna comperava un vestito preconfezionato, cosa peraltro rara a quei tempi, correva subito dalla “Rita sartóra per aggiustarlo. Era talmente conosciuta che arrivava gente anche da Vicenza per “farsi vestire”. Semplice, schietta, altruista. A merito entra della storia del paese; era una personalità riconosciuta.

Un altro pezzetto di società da contrada, vera. Un altro pezzetto che ci ha lasciato con tanti rimpianti. E quando qualcuno, nella vallata, ancora oggi parla di sartóre, non può non menzionare la “Rita Sartóra”, perché “la géra la pì brava che ghe fuse”.

Ciao Rita.

Qualche tempo fa ho composto questa ode: ”Alla mia mamma”

Chiudo gli occhi e rivedo mia madre.
E’ vecchia. Stanca. Sola.

Rivedo mia madre china sul tavolo
intenta a tagliar ruvide stoffe,
gentili chiffon, colorati panni.   (faceva la sarta di mestiere)
Gli occhi ormai stanchi,
il sorriso ormai spento,
il viso ormai privo
di ogni voglia di amare,
solo intento a cucire tessuti
tagliati per farne grembiuli
che indosso staranno
a giovin signore
o ad allegre comari,
e che servono a far spesa. (con i soldi che prendeva faceva la spesa)

Passato è il tempo
del gagliardo lavoro,
dei risi beati
di tutta la banda
quando fanciulle felici
ridendo e scherzando
riempivan di gioia
quell’incredibile noia.
Sembra solo rimaner il desio
che tutto finisca.
L’amore gioviale di tenera età
passato da tanto
assieme alla voglia
di crescere i figli.
Quella casa che stretta svettava
ripiena di vita
in ogni più piccolo anfratto
troppo grande sembra ora,
in ogni sua piccola stanza.

Sta forse pensando
ai suoi giorni trascorsi?
Una lacrima riga il suo viso.
E’ forse un leggero malanno?
No, è il pensiero della sua misera vita
che nulla le ha dato,
ma che tanto ha preteso,
che veloce è passata
senza lasciar una benché misera traccia
di troppo pochi momenti felici.

Dove siete miei figli?
Sembra voler dire.
Perché non sento più la vostra voce?
Sembra supplicare.
Eppure la vita vi ho dato.
La vita avete dato
e sapete quanto vale
il magico momento
di una solitaria carezza.
Allora perché
non c’è per me
nemmeno un tenue sorriso?
Sembra ancor chiedere.
Ma dai figli non puoi pretender mai nulla.
Lo so, non potete.
La vostra vita è lontana,
ma quanto mi mancate.

E ancora una lacrima riga il suo volto.

Or che tu ti riposi
che le ossa hai consunte
che la morte ha preteso
anche l’ultimo istante
vorrei averti vicino
e dirti solo una volta

Mi manca il tuo volto
Mi manca il tuo riso
Mi manca per sempre
una dolce carezza
che sfiora il mio viso
nel far della sera.

Mamma, anche tu mi manchi.

by Giannino Bertò - Release 5.0 - 2011