ANA Campotamaso

el Mòro Munaro

MoroMunaro
   brano tratto dal libro
  “Civiltà popolare della Valle dell’Agno” anno 1990

Dalla Valle Alessandro era il suo nome, ed era nato nel 1900 presso la contrada Vallone Marana di Campotamaso. Da tutti però era conosciuto esclusivamente come "EI Mòro Munaro ":
Mòro
, perché scuro di carnagione, e Munaro perché tale era l'originaria professione della sua famiglia. Su un viso largo dai tratti molto pronunciati faceva spicco un rettangolino di baffi alla Hitler. Pur di assai scarsa cultura, amava leggere le satire dialettali dell’ “Operaio Cattolico", che trovava la domenica presso una famiglia di vicini, o scorrere i titoli degli articoli riportati sui quotidiani. In giovane età si era recato in Sicilia e lì per un breve periodo aveva svolto il lavoro di minatore. Era poi emigrato in Germania, dove i Tedischi, diceva, lo facevano lavorare anche sotto la pioggia, mentre il capo, al riparo delle intemperie, gridava: "Arbaite!"; e poi gli facevano mangiare solo "cartofe".
Insoddisfatto se n 'era venuto via anche di là per ritornare al suo mulino. Quando qualche abbondante nevicata impediva al cavallo di trainare il carretto, si caricava sulle spalle il sacco della farina macinata e lo portava a destinazione presso le contrade limitrofe, talvolta percorrendo ripidi sentieri. Era un lavoratore nato, lento, ma instancabile. Durante gli interminabili inverni del passato saliva lungo le sue
rivete posando le sgàmbare sempre sugli stessi punti, cosicché a primavera aveva scavato profonde orme. Un vero letto l' aveva conosciuto solo negli ultimi anni della sua esistenza; quando era mugnaio dormiva entro un buco scavato nel fieno della tezza.

Era solito affermare che il lavoro del mulino era andato a catafascio per l'incapacità dei fratelli e soprattutto per la troppa ingerenza delle spose nell'attività della famiglia, e per questo s'era dovuto vendere il mulino. Dalla contrada Vallone Marana aveva quindi trasferito il suo domicilio presso una stalla di Campotamaso, dove per decenni scelse come letto una dura panca. Sei giorni su sette, comprese le notti, calzava il solito cappello, schiacciato da un lato per l' abitudine di dormire sdraiato sempre sullo stesso fianco. Era un uomo rude, o meglio rubèstego, ma di animo buono. Durante il periodo estivo, a sera, di ritorno dai boschi o dai campi, portava infilato nel cappello un mazzolino di fragole. Lo regalava ora a un bambino, ora ad un altro, forse anche per ricevere dai genitori di essi un bicchiere di vino; mai nessuno, comunque, lo vide ubriaco. Pur in quel suo stato di vita poco più che miserabile, possedeva una sua dignità. Lo si ricorda ancora passare per le vie del paese con il suo tipico passo cadenzato, chino sotto un sacco gonfio di sòche, reggendo sull'altra spalla la scure, la cui estremità era infilata sotto il sacco per bilanciare meglio il peso.

Senza arnesi da lavoro lo si vedeva solo la domenica, dentro quel suo enorme paltò che lo avvolgeva più come un armadio che come un indumento. A messa prima, in un angolo della chiesa si sedeva solitario durante la predica sulla sua sedia, affrettandosi a incassare la testa fra le spalle e lasciando uscire dal bavero solo un ribelle ciuffo di neri capelli. Non era insolito, nel silenzio della messa, avvertire un improvviso, sommesso lagno: era lui che imperturbabile, apriva la bocca a un sonoro sbadiglio. Nelle sue irrinunciabili passeggiate domenicali era tutt'uno con il suo inseparabile toscano, scelto all'osteria con meticolosa cura quasi adempiendo a un sacro cerimoniale. Camminava con passo incerto e con lo sguardo costantemente rivolto a terra: poteva sempre esserci sulla strada una moneta o qualcos'altro di utile o di interessante che aspettava solo di essere raccolto. Quando pioveva portava l' ombrello chiuso, appeso al tascone interno della giacca; doveva diluviare perché esso fosse messo in funzione. La sua passione erano le sagre paesane; non ne perdeva una per tutto l'oro del mondo. Lo si vedeva spostarsi solitario e staccato fra le varie bancarelle.

Con l'avanzare dell'età s'era accentuata in lui la stravagante abitudine di parlare da solo a voce alta. Usciva fuori con battute, con parolacce, con frasi rivolte a una ipotetica presenza femminile. Si autodefiniva simbolicamente un gallo, per cui attorno a lui dovevano razzolare le sue "galline". Cosicché tra una zappata e l'altra lo si sentiva borbottare in un continuo crescendo di toni: "Va via! Stame distante!" "No stà tocarme! Tìrate in là! Basta, a gò dito! " "Nò, no vui mia sposarte! Ghèto capio, bruta vaca!Ed esasperato alzava in aria la zappa minacciando. Chi? Lui solo lo sapeva. Poi magari sbottava in una sonora risata. Queste discrete sceneggiate potevano durare ore intere, a meno che non venissero interrotte se si accorgeva della divertita reale presenza di qualche intruso. Appariva sempre contento; le persone che lo hanno conosciuto dicono che era l'essere più felice del mondo.

Ad accentuare le sue stravaganze gorgogliava dentro di lui un istintivo bisogno di toccare con la mano il fondo schiena delle donne del paese che gli passavano accanto, qualunque età esse potessero avere, per cui esse cercavano di scansarlo. Riuscisse o meno nel suo intento spalancava la bocca a un sorriso compiaciuto che gli saliva fin dai visceri, tanto era profondo, e che gli faceva mettere in mostra due file di rosse gengive quasi prive di denti. Puntuale e mattiniero, poco dopo l'alba era alla casara, pronto informare la gente che portava il latte delle sue conquiste amorose. A suo dire tutte le donne litigavano per accaparrarsi i suoi favori. Proprio per questo motivo, egli diceva, evitava di frequentare il mercato di Valdagno, per non correre il rischio di far scoppiare con la sua presenza un putiferio fra le numerose spasimanti. "Se gale pestà anca ancò? Ciò cònteme!” chiedeva interessato a quanti tornavano dal mercato. Nella cantilenante filastrocca che dall'alto di un cengio sovrastante il paese i ragazzi cantavano a squarciagola in occasione del Fòra febraro il suo nome la faceva sempre da protagonista, con la sua immensa gioia; molto meno lusingate mostravano di essere le varie morose che gli si affibbiavano. Anche in età avanzata sognava di tornare nella sua valle per far girare il mulino e per farsi il gnaro con la sua favorita, che egli continuava a veder venire sul suo cavallo mentre gli sorrideva innamorata.

Di tanto in tanto amava rammentare in quale modo suo padre conobbe sua madre: "Me nòno el xe nà ai Cuchi ( contrada Osti), el ghe ga dito al popà de me mama: - Mi casa a gò on colombo ch 'el sèltia tuare, tuare, tuare. Vu no gavarissi mia na colomba pal me colombo? -". Poi faceva seguire una delle sue risate mostrando le sue gengive.

Soleva ripetere che nelle persone non c' era più allegria, mentre una volta la gente cantava lungo il tragitto per recarsi al lavoro, e lo stesso facevano i contadini che portavano il latte alla casara, e gli uomini nelle osterie, e le ragazze e le donne quando scartossàvano el sorgo. "Ora - diceva -la gente è seria e pensa solo alle sue cose". Poi, richiudendosi in se stesso accennava un motivo musicale, che somigliava di più a un mugugno: "El me mòro l' è un bèl mòro/ e ghe piase l'alegria. . .". Era la sua canzone; la canzone fatta apposta per lui: el Mòro Munaro.

Perché lui era el Mòro Munaro.

by Giannino Bertò - Release 5.0 - 2011